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L'ACQUA CORRENTE!!!

Una delle tante parentesi folli aperte e mai chiuse
July 17

Pianodissertazioni: interludio-rettifica

La paura del pubblico non esiste. Esiste solo la paura di sé stessi, di vedersi umiliati, di sentirsi giudicati. L'esecuzione non è diversa dallo studio, è solo un suonare in maniera ordinata e consequenziale ogni particolare su cui si è lavorato. Cercando di dare un senso. E di divertirsi. Io ho fatto così e sono contento.
 
 
July 14

La prima volta non si scorda mai

E STICAZZI, CHE CULO!!!!!!!
 
Non scorderò mai l'umiliazione di farmi puntare addosso il dito da decine di vecchiette e/o persone del consevatorio che bisbiglieranno "poverino, sarà stato il caldo" o "eh l'emozione fa brutti scherzi". Eh ma è la prima volta in pubblico a parte i saggi. Embè? Ho 21 anni, per Maria Tipo sono un inutile vecchio che cerca di pigiare due tasti i fila e avrebbe dovuto già vincere il Cliburn. Ed ha ragione. Si deve iniziare a 8, massimo 9 anni col primo di Liszt, quelli sono pianisti veri. Ma che lo faccio a fare? Un mazzo di fiori a chi mi dà una risposta sensata.
April 28

Pianodissertazioni 7

Da un po' di tempo ormai mi sono imbattuto nella teoria sul linguaggio dello strutturalista Noam Chomsky, secondo cui esistono degli "universali linguistici" che, per essere espressi al meglio in qualsivoglia linguaggio debbano essere espressi, devono sfruttare appieno ogni mezzo grammaticale appartenente al linguaggio stesso.

Cosa c'entra questo, direte. Bè, fatta la dovuta premessa per cui la musica non è da considerarsi linguaggio stricto sensu, ritengo tuttavia che esistano degli universali musicali, come l'aumento o la diminuzione di tensione armonico-sonora, validi per tutta la musica, sia essa tonale o rispondente ad altre "grammatiche", sia destinata al violino o al glockenspiel. Essi non possono essere espressi in maniera univoca, ma adattandosi di volta in volta al codice di arrivo. Questo vale per un'esecuzione su uno strumento diverso da quello originale, come nel caso di esecuzioni di pezzi di Bach al pianoforte, come anche per una trascrizione orchestrale di un pezzo pianistico... e in fin dei conti, se ci si pensa un po', non sono entrambe le operazioni mosse dallo stesso principio?

Nel passaggio da una lingua ad un'altra, da uno strumento ad un altro,  è fuori di dubbio che si perdano determinati mezzi espressivi, ma è anche vero che ne vengono acquisiti altri. E perché allora quest'ansia ascetico-masochistica di epurare il messaggio di ogni mezzo del linguaggio di arrivo, se si sono persi anche i mezzi del linguaggio di partenza? Cosa rimarrebbe del messaggio, se non un aborto privo di significato e scopo?

Scendendo per li rami nello specifico bachiano, non bisogna pensare che il cembalo differisca dal pianoforte solo nel suono: ogni singola ornamentazione, ogni scelta di legare o staccare, ogni nota sovralegata o non tenuta produce un effetto/affetto diverso, legato all'intima natura del suono a pizzico dello strumento. Il pianoforte genera il suono in maniera fisicamente diversa, per cui sono altre le strade per ottenere gli stessi effetti/affetti. Perché non variare il suono se varia anche la tensione, che al clavicembalo sarebbe stata enfatizzata da un gioco di legati? Perché non timbrare un attacco importante, anche con un colpo di pedale, anziché rimanere nello stesso suono e limitarsi ad abbozzare un mordente (con questo non si pensi che neghi l'importanza di un'ornamentazione finalizzata al conferimento di senso a un discorso rispetto al rispetto pedissequo del segno scritto) che ben altro, meraviglioso effetto avrebbe avuto sul cembalo?

Ricordiamoci del piacere dell'orecchio quando suoniamo, non solo di quello del cervello.

In figura: Io e Zimerman, qualcosa di cui possa bullarmi per il resto della vita.

January 09

Pianodissertazioni 6

tàratata ràtatara tàratata ràtatara
...
 
Chi è mai riuscito a rendere la luce in termini sonori prima di Ravel?
Colpo di genio, affidare il tremolar della marina solo a un do#mi#sol# e a un la. L'inizio di Ondine è sensuale e ieratico al tempo stesso. Non c'è suono, ma luce. E come si suona la luce? Ce lo si chiede quando si attacca? O, preoccupati di far sentire tutte le note si conferisce materia a qualcosa che non ne ha, con buona pace della relatività?
 
E il canto che affiora in superficie, che salta e avvolge, che scappa tra i gorghi e trascina negli abissi... Come si suona una melodia che si muove? Come campane slegate tra loro basta che si sentano sopra il taratataratatara? O come una benpensante melodia castamente priva di lascive dinamiche interne, e magari strozzata da un desolante e prosaico ribattuto?
E le folate di vento, il mutare della luce al sopraggiungere del crepuscolo, il buio delle profondità marine... la risata falsa e glaciale di chi, deluso, si vendica...
Come si suona tutto questo?
...
Sto cercando le risposte...
November 06

Fauna locale 4

L'autunno tinge Bari di colori mozzafiato: verde muffa, grigio condensa, beige-primi-giacconi. Vediamo luoghi come l'Ateneo, che per la varietà di specie animali che la popolano può essere a buon diritto la barriera corallina del nostro ecosistema, si ripopola di Assistenti Frustrati (Academici Irriti), Professori Cacacazzo (Rhetores Molesti), Studenti Fuoricorso (Discipuli Seri [<--è un false friend, of course]), Bidelli Vernacolari (Expurgatores Dialectici [<--è un false friend, ma è da intendersi col significato falso]).
Spostando lo sguardo al di fuori di una delle finestre esterne dell'Ateneo, che sicuramente merita una trattazione a parte all'interno del nostro viaggio attraverso le meraviglie faunistiche di Bari, si ha modo di avvistare branchi di Automobilisti Incazzati (Autovectores Furentes) nella perfetta formazione detta "ad alto livello di entropia" lungo le strade. Studiare il comportamento di questa curiosa specie animale (ora più che mai è il caso di dirlo) è fonte di estremo interesse per i naturalisti. I segni luminosi, i caratteristici versi detti "trombe bitonali" e "gasteme tuttigusti", le imprevedibili danze chiamate dagli esperti "sgommate", i rapporti sociali tra esponenti del branco esplicitati con manovre a tuzzo e
constatazioni poco amichevoli di sinistri, rimandano a una struttura profondamente organizzata, nel bene o nel male. Il tipico Autovector appare inserito all'interno di un esoscheletro di forma e colore variabile. E' attestata la possibilità di muta per gli esoscheletri, che pare si possa effettuare solo in appositi bozzoli detti "concessionarie", all'uscita dei quali l'Autovector esce nell'esoscheletro nuovo fiammante con spavalderia e si immette sulla strada del ritorno alla tana a velocità solitamente molto elevata, destabilizzando l'ordine preesisente tra gli altri Autovectores già in movimento, che si producono in bruschi cambi di corsia, invasioni del marciapiede o frenate "a inchiodata".
 
Nella velocità degli incontri tra Autovectores la comunicazione è particolarmente difficile, ma non per questo queste ingegnose creature vi rinunciano: l'evoluzione li ha portati a sviluppare un sistema di gesti istantaneamente comprensibili. Di seguito ne riportiamo alcuni, con il significato che per ognuno di essi gli studiosi hanno ipotizzato.
-Pugno chiuso, dito medio dritto verso l'alto: "scusa, ma vado di fretta. Ti dispiacerebbe cedermi il tuo posto all'interno della fila?" (Solitamente questo segno ha la variante dell'indice e mignolo levati, che pare abbia pressappoco lo stesso significato, con una sfumatura più blanda).
-Braccio levato, palmo aperto in su, dita chiuse in direzione dell'interlocutore: "Apprezzo le tue mirabolanti imprese e le tue straordinarie evoluzioni acrobatiche, ma ti chiedo umilmente se puoi lasciare che passi anch'io, dato che devo approssimarmi a nutrire la nidiata".
-Entrambe le mani levate, pollici verso l'alto, indici verso il basso, le altre dita ripiegate, lieve basculazione sincrona delle braccia in dentro e in fuori: "Ho trovato uno specchio d'acqua a cui abbeverarmi. Se vuoi abbeverarti anche tu seguimi; ma sappi che procederò a velocità sostenuta".
-Pollice opposto alle altre dita, repentini gesti di chiusura e apertura della mano come a simulare un becco che si apre e chiude: "Ho visto io per primo la preda, è quella famigliola di pedoni che attraversano col rosso (Pedites Rubriambulantes), reclamo il diritto di arrotarli per poi sfamarmi".
 
Trovare un provvisorio riparo per l'Autovector è un'impresa ardua, soprattutto nel convulso centro cittadino. Chi ha mai avuto la possibilità di vedere un Autovector parcheggiare si ricorderà questo spettacolo per tutta la sua vita. Per caprire appieno la bellezza dell'evento, andremo ad illustrare un tipico episodio di parcheggio. Come prima cosa, alla vista di un interstizio vuoto tra altri esoscheletri, un fortunato Autovector che chiameremo Nanuccio frena di colpo, fiducioso della capacità di evitare tamponamenti a catena da parte degli esemplari che lo seguono nella fila; successivamente si produce in gesti inconsulti e nitriti a testimoniare la propria felicità. Ora entra nel cuore del rituale del parcheggio, la manovra. Essa solitamente attira dal nulla esemplari di parassiti conosciuti come Parcheggiatori Abusivi (Stationatores Improprii) riconoscibili dai tipici versi "VaivaivaivaivaivaiBASTA! VienivienivienivienivienivieniBASTA!" accompagnati da rotazioni delle braccia; questi infidi esseri tendono a confondere l'Autovector per sottrargli di che sfamarsi. Il nostro, però, non si lacia intimorire dallo Stationator e lo ricaccia indietro con un minaccioso "non ho spiccioli". Infine, dopo aver girato la testa di 180° stile bambinadellesorcista per accertarsi che tutto sia andato a buon
fine, Nanuccio, compiaciuto del buon esito della manovra, esce dall'esoscheletro per andare a sbrigare le proprie funzioni corporali, nutritive, riproduttive. Non è raro vedere però, dopo l'allontanamento dell'Autovector soddisfatto, un altro esemplare che non trovando interstizi utili si fermi esattamente davanti alla crisalide vuota, andandosene a sua volta e impedendo al povero malcapitato l'uscita. E' così che, al ritorno del nostro esemplare, questi dia prova di scatti d'ira a dir poco epici, che hanno valso a questa specie animale il titolo di Furens. La soluzione che Nanuccio può adottare è una sola: scendere a patti col suo nemico razziale, il temutissimo Ausiliario del Traffico (Adiutor Frequentiae). Dopo aver emesso lunghi strazianti ululati col clacson, Nanuccio incontra una femmina di Adiutor, corre da lei e le illustra la situazione aiutandosi con ampi gesti delle braccia. La femmina sospira e si avvicina all'esoscheletro, poi emette il suo tipico verso, un acuto e penetrante fischio. Infine, visto che questo non ha sortito effetti, mette mano alla terribile arma del Taccuino delle Multe (Libellus Sanctionatorius) e comincia ad annotare. Come per miracolo questo gesto sortisce l'effetto dell'immediato ritorno dell'invasore, sotto gli sguardi vigili di un capannello di Passanti Ficchetti (Viatores Curiosi). Questi tenta di prodursi in rituali di sottomissione, ma ormai l'attacco dell'Adiutor è andato a segno. All'Autovector non rimane che allontanarsi sconfitto, accontentandosi di scuotere la testa in segno di disapprovazione davanti a un altro esemplare di Autovector in balia dell'Adiutor. Mentre sta per svoltare al vicino incrocio, notiamo sul cofano dell'esoscheletro un arabesco inciso che prima non c'era.
Sorridendo, Nanuccio si rimette in tasca il coltellino svizzero e rientra nell'esoscheletro.
 
Appuntamento al prossimo documentario!
 
 
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Updated 11/14/2007
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Updated 6/5/2006
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